Visualizzazione post con etichetta lezioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lezioni. Mostra tutti i post

martedì 22 gennaio 2008

Ultime lezioni (2007-2008)

I temi principali trattati nel corso delle ultime ore di lezione sono i seguenti:



- L'approccio sociologico allo studio della memoria;
- definizione di memoria collettiva e memoria storica;
- rapporti tra memoria e oblio;
- il mito e la memoria collettiva;
- la memoria e i media;
- memoria, comunicazione e presentificazione;
- la memoria e la narrazione.


La morte è stata analizzata innanzitutto come indicatore per la comprensione e la spiegazione del comportamento collettivo. Da un punto di vista sociologico la morte si presenta infatti come una cartina di tornasole per comprendere il funzionamento delle istituzioni e i meccanismi che ne consentono la legittimazione.

Oltre a ricordare la centralità dello studio della morte nel lavoro dei grandi autori classici della sociologia, sono state in seguito descritte alcune delle fasi principali che hanno caratterizzato la "storia della morte in Occidente".

In particolare si è fatto riferimento a dei casi idealtipici di "morte tradizionale" e "morte moderna", accennando ad alcuni degli esempi approfonditi nel testo d'esame (esempi tratti da lavori letterari di Georges Duby e Lev Tolstoj).


Infine sono stati presentati i riferimenti teorici principali relativi al volume Videogiochi e Cultura della Simulazione.

- Tali paradigmi sono essenzialmente due: a) il determinismo tecnologico di matrice mcluhaniana b) l'ipotesi di Norbert Elias su Coinvolgimento e Distacco (uno dei punti di contatto più suggestivi relativo a tali teorie riguarda il ri-coinvolgimento tecnologico e la ri-tribalizzazione...).

- va inoltre tenuto presente l'emergere della cosiddetta "cultura della simulazione" (legata ai processi di informatizzazione e digitalizzazione nell'ambito della comunicazione)

- si consiglia di studiare i temi trattati nella prima parte del volume mettendoli in relazione con quelli già affrontati durante l'analisi degli altri testi (con riferimento, in particolare, al tempo e all'individualizzazione)

- nella seconda parte va posta particolare attenzione all'analisi del rapporto gioco-cultura-tecnologia (Huizinga, Ortega y Gasset, Eco e - soprattutto - Turkle) e alla tesi del "Reincanto Tecnologico" del mondo, da studiare in rapporto alla teoria weberiana del "Disincanto".

- L'ultimo capitolo - sull' Homo Game - va considerato come una lettura da cui trarre stimoli per una eventuale discussione critica sul rapporto tra nuove tecnologie e trasformazioni nella costruzione sociale dell'identità nella cultura contemporanea.

giovedì 10 gennaio 2008

lezioni I e II (gennaio 2008)

I - L'INDIVIDUO

Analisi dei temi trattati in "La morte. Quattro variazioni sul tema" (pp. 9-47)

1) Il concetto di individualizzazione
2) Individuo e società primitive (esempi: i Maori e i Canachi)
3) Individuo e caste indiane (Dumont e Kakar)
4) L'individualizzazione nella cultura greca
5) La parentesi medioevale
6) L'uomo "nuovo" (Agostino, Abelardo, Ockham)

I temi trattati negli ultimi due paragrafi (pp. 47-56), dedicati alle trasformazioni nell'ambito del processo di individualizzazione intervenuti nella contemporaneità, saranno ripresi e analizzati nel corso delle lezioni su "Videogiochi e Cultura della Simulazione".

II - IL TEMPO

Analisi dei temi trattati in "La morte. Quattro variazioni sul tema" (pp. 59-76)

1) La sociologia del tempo
2) Il tempo arcaico (Sahlins e Lévi-Strauss)
3) Il tempo mitico (Mircea Eliade)
4) Il tempo spazializzato (Gurevic)
5) La linearizzazione del tempo nella tradizione giudaico-cristiana
6) Tempo della Chiesa e Tempo del Mercante (Le Goff... continua...

Di seguito trascrivo una sintesi di alcuni concetti preliminari allo studio della sociologia del tempo di cui si è discusso a lezione.

Tra i criteri più primitivi per misurare il tempo vi erano i movimenti del sole, della luna, delle stelle. Oggi noi abbiamo un'immagine precisa delle relazioni e delle regolarità di questi movimenti: i nostri predecessori invece non l'avevano. Essi facevano esperienza di una gran quantità di singoli avvenimenti, senza averne un rapporto chiaro. Se non si possiede un preciso STANDARD (ad esempio l'ora dell'orologio) per determinare temporalmente gli avvenimenti, non si può avere un concetto di tempo come il nostro. E' soltanto lo sviluppo della determinazione temporale nella vita sociale, la progressiva creazione di un "reticolo" integrato di "regolatori temporali" (orologi continui, calendari continui, scale temoprali tipo anni, secoli etc.) ciò che rende in generale possibile l'esperienza del tempo in quanto FLUSSO REGOLARE E UNIFORME.

Appare evidente dunque come il problema fondamentale riguardi LA COSTRUZIONE DI AMBIENTI UMANI sempre più INDIPENDENTI e AUTONOMI rispetto alla natura.
Da questo punto di vista vi è una autonomia relativamente crescente nelle società umane: quanto più l'enclave umana cresce in dimensione e autonomia (nel quadro di più ampi processi di urbanizzazione, commercializzazione e meccanizzazione), tanto più grande diventa la sua DIPENDENZA da strumenti creati dall'uomo con la funzione di STRUMENTI DI MISURAZIONE. E al contempo tanto minore diviene la DIPENDENZA da metri di misura temporali non umani come il movimento della luna, quello del sole, i flussi e i riflussi delle maree.

Nell'ambito di tutte le comunità umane, almeno fino ad una certa epoca storica, la determinazione sociale del tempo non poteva che seguire un modello che, essendo strettamente dipendente dall'evolversi dei ritmi naturali, non poteva che essere circolare.
In una società agraria, ad esmepio, il tempo veniva definito innanzitutto dai ritmi naturali. Il calendario del contadino rispecchiava l'avvicendarsi dei periodi dell'anno e la successione delle stagioni agricole. Presso i Germani i mesi portavano nomi che indicavano i lavori agricoli e le altre attività svolte nelle stesse stagioni agricole. Il mese del maggese (maggio), il mese della falciatura (luglio), quello della semina (settembre), del vino (ottobre) e così via.

Ciò che è più significativo è che questi concetti esprimessero non una tendenza lineare del tempo (dal passato al futuro) ma piuttosto un suo movimento circolare.

Il fatto che il tempo venisse regolato dai cilci naturali, determinava però non solo la dipendenza dell'uomo dalla natura, MA ANCHE LA STRUTTURA SPECIFICA DELLA SUA COSCIENZA. Nella natura non c'è sviluppo o progresso, ma solo REITERAZIONE. C'è una tirannia, quella del suo ritmico e regolare movimento ciclico. E tale Eterno Ritorno lo ritroviamo al centro della vita spirituale almeno fino a tutta l'antichità occidentale e, in gran parte, a tutto il Medioevo.
In tale tipo di società l'INDIVIDUALITA' viene negata, così come ogni tipo di possibile condotta innovatrice. La norma (anzì la virtù), voleva che ognuno si comportasse come tutti gli altri, n modo tradizionale. La vita dell'uomo deve essere una ripetizione continua di atti precedentemente compiuti da altri secondo un MODELLO (un archetipo) di comportamento attribuito ai primi uomini, ai Padri fondatori, agli Eroi o alle Divinità stesse. La reiterazione da parte degli uomini di atti risalenti a un prototipo divino li collega al SACRO.

Tutta l'attività degli uomini, familiare, produttiva, sociale, intima, riceve un SENSO e una SANZIONE in quanto partecipe o meno del sacro, secondi un RITUALE fissato agli inizi dei tempi.

Nella coscienza moderna domina invece un TEMPO VETTORIALE, LINEARE.
Un momento di trasformazione cruciale è dato dal passaggio dal Paganesimo a Cristianesimo nell'Europa Medioevale. L'atteggiamento arcaico verso il tempo non venne però estirpato di punto in bianco, quanto progressivamente messo in secondo piano. Ad esempio il calendario pagano che rifletteva i ritmi naturali, venne via via adattato ai bisogni della liturgia cristiana. L'anno era scandito dalle feste che contrassegnavano gli eventi della vita di Cristo, i giorni sacri. Di conseguenza il calcolo del tempo veniva compiuto contando il numero delle settimane prima e dopo Natale, e così via.

Fino al XIII-XIV secolo gli strumenti di misurazione del tempo erano una rarità. Erano usuali gli orologi solari, quelli a sabbia (clessidre) e ad acqua. I monaci si oriantavano in base al numero di pagine lette o dal numero di salmi recitati. Per la massa della popolazione il principale punto di orientamento nella giornata era il suono delle campane della Chiesa. Le giornate erano divise in una serie di frazioni, le ore canoniche; di solito erano sette, scandite dal tocco dell'orologio della chiesa. Così il corso del tempo veniva controllato dal clero.
Si distingueva la campana della mietitura, quella dello spegnimento del fuoco, quelle del pascolo nei prati. L'intera vita della nascente popolazione pre-urbana era regolata dal suono delle campane, adeguandosi così al ritmo del tempo della Chiesa.

Il predominio del tempo della Chiesa poté durare finché esso corrispose al lento, cadenzato ritmo della vita della società feudale, determinato soprattutto dalla sua natura agraria. Ma al suo interno si sviluppava un altro centro della vita feudale, che si caratterizzava per un ritmo particolare e necessitava di una più rigorosa misurazione del tempo, di un suo più accurato dispendio: LA CITTA'.

I cicli produttivi degli artigiani non erano definiti dall'avvicendarsi delle stagioni. Tra un artigiano e la natura già si interponeva un ambiente artificiale da lui stesso creato. La città diventa portatrice di un nuovo atteggiamento verso il tempo. Sulle torri cittadine vengono posti gli orologi meccanici che soddisfano un'esigenza prima ignota: conoscere eil "tempo esatto" nell'arco di una giornata. Per i MERCANTI IL TEMPO E' DENARO!. L'imprenditore ha bisogno di determinare le ore in cui è attiva la sua bottega. IL TEMPO DIVENTA MISURA DEL LAVORO, diventa un valore essenziale nel processo di produzione.
La città diviene padrona del tempo, sottraendolo alla Chiesa. L'uomo al tempo stesso cessa di essere padrone di un tempo che comincia a scorrere indipendentemente dalle sue attività e da ogni evento concreto. Esso impone una sua tirannia a cui gli uomini sono costretti a sottoporsi.

Intorno al XVII secolo (COME APPROFONDIREMO A PARTIRE DALLA PROSSIMA LEZIONE) si verificano due altri fondamentali passaggi per la storia sociale del tempo occidentale: la dissociazione definitiva dello svolgimento temporale rispetto al tempo divino e sacro (nasce quindi la ricerca di un qualcosa che dia un senso alla sua evoluzione); il secondo consiste nella generalizzaizone del progresso sociale e tecnico.
La visione ciclica del tempo si interrompe drasticamente: l'uomo non è più rivolto all'indietro, alla ricerca nel passato di modelli da seguire, ma si comincia a volgere verso la oramai dilagante categoria di futuro, sostenuta dalla altrettanto dilagante idea di progresso.
L'analisi dell'idea di progresso, unitamente al fenomeno di diffusione della razionalità e del progresso scientifico, diventano centrali per analizzare la cultura del tempo diffusasi nelle società occidentali moderne e le filosofie della storia ad essa collegate.

lezioni XIV e ss. (dicembre 2007)

A beneficio (soprattutto) di coloro che non hanno ancora sostenuto la prova scritta, riporto i principali contenuti delle lezioni di dicembre dedicate a Castells, Lévy e Debord.

Manuel Castells

Manuel Castells è un sociologo spagnolo di formazione classica. Il suo contributo principale allo studio della comunicazione è la considerazione della tecnologia dell’informazione come struttura portante della società contemporanea, che è una società in rete.
Il suo approccio non è tipicamente determinista. Secondo lui, la tecnologia non determina la società, ma fornisce gli apparati utili perché una società possa raggiungere i propri scopi, possa coordinare le pratiche e le relazioni sociali attraverso le proprie istituzioni. Sebbene poi una tecnologia incida ovviamente sull’organizzazione collettiva, la sua adozione dipende dalle scelte arbitrarie dello Stato, degli attori economici, ecc. Si può fare l’esempio di ARPANET, la prima tecnologia che rese possibile network. Fu creata nel 1969. Ma l’esplosione delle reti informatiche si ha tanti anni dopo, solo quando ci si accorge della loro vastissima utilità, soprattutto economica.
Oggi, secondo Castells, impera la logica di rete che è il paradigma tecnologico predominante: l’economia, la cultura, la politica si strutturano in base a network di vario tipo (informazioni, dati, merci, ecc.), sempre dinamici e flessibili.
La nostra è una società informazionale: nonostante l’importanza che ancora oggi conservano gli ambiti sociali ristretti, l’informazione si elabora e trasmette globalmente, e diviene la chiave dell’organizzazione sociale, economica e politica.
Per questo oggi vige il paradigma tecnologico dell’informazione. In base alla gestione delle informazioni si definiscono le relazioni umane ed il coordinamento sociale, nei suoi aspetti principali: produzione, esperienza, potere.
La società moderna è fortemente capitalistica e l’economia capitalistica che si fonda sull’innovazione costante, la globalizzazione di mercati e produzione, il decentramento si sposa con l’organizzazione basata su network. La competizione e la produzione si giocano sulla capacità di gestire reti di informazioni, flussi finanziari, di idee, di snellire la produzione, gli stock di magazzino, di essere flessibili, ecc. Per poter essere sempre competitivi sul mercato.
L’economia capitalista si basa su flussi finanziari in rete e deve confrontarsi con un mercato planetario, mentre il denaro fluisce sempre più nelle reti in forma immateriale. Il capitale viaggia nelle reti simultanee come flusso e informazione, mentre il lavoro rimane concentrato nei luoghi e si regola con il tempo dell’orologio. Il lavoro diviene in generale più tecnologico, individualizzato e frammentato/flessibile. Se ne approfitta chi riesce ad essere più competitivo autoprogrammando il proprio impiego, riuscendo ad acquisire ed a mutare di continuo le proprie competenze.
Lo spazio diviene uno spazio dei flussi: relazioni simultanee in uno spazio scandito dalla condivisione di flussi di informazioni, dati, ecc.
Il tempo diviene senza tempo. Esiste solo un flusso disorganizzato e senza sosta. Non ci sono cicli o progetti storici, ma flussi effimeri e flessibili. Si veda, ad esempio, l’economia del just in time.
Internet, infine, agevola la privatizzazione della socialità: si tende ad isolarsi, e si rincorrono legami deboli che partono dall’IO. Le varie comunità sono fragili e dettate da inclinazioni momentanee e sempre revocabili.

Pierre Lévy
Pierre Lévy è un intellettuale francese che vede nel cyberspazio una grande opportunità d’emancipazione per l’uomo.
La sua impostazione non vuole essere determinista. Secondo lui la tecnologia, che nasce in un contesto socioculturale, non determina la società ma la condiziona. Ovvero, definisce un insieme di possibilità che possono influenzare la strutturazione della società. Ci sono delle opportunità che una tecnica produce, è importante che una società sappia cogliere quelle più vantaggiose.
Non esiste, per Lévy, una ragione pura (a) ed un soggetto trascendentale (b) di stampo kantiano. Cioè: (a) le nostre qualità o categorie cognitive ed esperienziali sono sempre condizionate dalle tecnologie (specie intellettuali); (b) non esiste un soggetto isolato e puro, ma noi siamo sempre frutto del nostro essere parte di collettivi e delle tecnologie che sono alla base del modo di “incontrarsi” di tali collettivi. Le tecnologie intellettuali, che fondano l’immaginazione, la percezione e l’attitudine a operare definiscono quell’ambiente in cui il collettivo e l’individuo dialogano e si formano sulla base della condivisione di idee, rappresentazioni, modi d’agire.
Oggi il cyberspazio è sempre più pervasivo. Per cyberspazio si intende la rete, il nuovo ambiente comunicativo caratterizzato dai computer, dalle informazioni che fluiscono, ecc. La cybercultura è invece l’insieme di valori, attività, conoscenze, competenze della rete.
La comunicazione della rete è del tipo molti-molti, l’informazione viaggia in flussi e l’universo è virtuale (cioè, nel linguaggio di Lévy, ha in potenza nuove e molteplici opportunità).
La cybercultura è un universale senza totalità. Le culture orali erano ristrette al contesto in cui si risiedeva e si comunicava. Non erano dunque universali. La scrittura e gli altri media sono universali, perché vanno oltre il contesto di produzione dei messaggi, ma posseggono significati chiusi, su cui non si può operare e che rimandano al produttore per essere decifrato (totalità). Invece il cyberspazio consente a tutti di raggiungere l’informazione, ma anche di operare su di essa, di modificarla, integrarla, ecc. È questo che consente la formulazione di intelligenze collettive.
Questa intelligenza collettiva, che, secondo Lévy, sarà resa possibile dalla rete è: distribuita ovunque; continuamente valorizzata; coordinata in tempo reale; atta a mobilitare effettivamente tutte le competenze. Si pensa insieme, si contrattano significati, valori, progetti. Ognuno è responsabilizzato e può apportare i propri benefici alla collettività.
Questi collettivi intelligenti sono consorzi immateriali dove discutere ed incontrarsi. Sempre pronti ad adattarsi, a rendere saperi e competenze utili a seconda delle esigenze. Conoscenza, convivenza, relazioni sociali possono godere di nuove chance. Il cervello condiviso può aiutare la formulazione di progetti efficaci.
La politica si potrà gestire nei collettivi intelligenti. Grazie al cyberspazio tutti i cittadini potranno cooperare alla gestione del bene collettivo e definire progetti in tempo reale. Un coro polifonico improvvisato che può continuamente rispondere alle esigenze che si pongono innanzi. Non statica democrazia, dunque, ma demodinamica, sempre in divenire, sempre capace, in potenza, di risolvere collettivamente i problemi.

Guy Debord
Debord è un pensatore rivoluzionario francese che ha vissuto e operato in Francia; le sue teorie hanno conosciuto il periodo di maggiore splendore alla fine degli anni 60.
Fu il fondatore della corrente situazionista che si proponeva di sovvertire l’ordine dominante.
Tra le direzioni di ricerca più significative si collocano il détournement, un processo di risignificazione: scelti degli oggetti culturali, siano essi immagini, opere d’arte o parole, li si assembla in maniera nuova distruggendone il senso originario ed assegnandone uno nuovo; la situazione, intesa come una pianificazione individuale dell’esperienza.
Attraverso la costruzione di situazioni si voleva destrutturare i contesti precostituiti figli dell’ordine dominante; il cinema, come strumento atto al superamento dell’arte e utile ai fini propagandistici del movimento: la creazione di anti-film (schermo nero e assenza di sonoro), tendeva all’autodistruzione del mezzo.

Di chiara prospettiva marxista, il pensiero di Debord è illustrato nelle sue uniche due opere scritte:
La società dello spettacolo del 1967 e i Commentari alla società dello spettacolo del 1988.
E’ appunto il concetto di spettacolo l’innovazione proposta da quest’ultimo. Esso non va inteso meramente come espressione della tirannia dei mass-media: quest’aspetto risulta essere la manifestazione sociale più opprimente, ma non è né l’unica, né la più importante. Lo spettacolo è, piuttosto, il tipo di relazioni interpersonali costruite dalle immagini di una società spettacolarizzata; per questo motivo, esso non è qualcosa di esterno alla società, ma, anzi, è la sua struttura profonda.

Debord mutua da Marx i concetti di a) alienazione e di b) feticismo delle merci.
a) L’espropriazione dei consumatori da parte dei proprietari dei mezzi spettacolari, con la merce divenuta ormai immagine, seducono gli individui con proposte di vita irrealizzabili, creando soggetti alienati.
b) Le merci dunque, ammantate da un’illusorietà che le rende quasi magiche, assumono un valore esclusivamente simbolico conferendogli proprietà salvifiche.

Secondo Debord nella società dello spettacolo è impossibile fare esperienze dirette, condannati come siamo alla condizione di meri spettatori.
Immersi in un flusso ininterrotto di immagini le dimensioni temporali si annullano dando vita ad un tempo congelato che si risolve nella pseudo-ciclicità della produzione spettacolare.

Debord distingue, in momenti diversi, tre tipologie dello spettacolo: lo spettacolare concentrato, tipico delle società totalitarie; lo spettacolare diffuso, caratteristico delle democrazie occidentali; lo spettacolare integrato, attualmente dominante, che fonde le due precedenti esaltandone le diverse qualità.

domenica 2 dicembre 2007

Lezioni XII e XIII (a.a. 2007-08)

Le ultime lezioni sono state dedicate agli autori presentati nel terzo capitolo dell'antologia. Si tratta di Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Walter Benjamin e Edgar Morin. Per approfondimenti cfr. pp.79-113 (Bifulco-Vitiello).

Sono stati inoltre presentati i temi di fondo che caratterizzano il capitolo quarto, a partire da Guy Debord e "La società dello spettacolo".

Le prossime lezioni, prima della prova intercorso del giorno 13 dicembre, saranno dedicate alle seguenti tematiche:

Lezione XIV: Mar. 4 dicembre: Le trasformazioni della memoria nel passaggio dall'oralità alla scrittura (rif. capitoli IV-V-VI de "Il foglio e lo schermo", pp. 45-74);
Lezione XV: Gio. 6 dicembre: Alienazione, derealizzazione e iperrealtà; La società informazionale (rif. capitoli IV e V de "Sociologi della comunicazione", pp. 115-188)

Ricordo dunque gli autori presi in considerazione per la prova intercorso (rif. "Sociologi della Comunicazione"): Innis, McLuhan, Meyrowitz, Adorno, Horkheimer, Benjamin, Morin, Debord, Baudrillard, Castells, Lévy, Breton.

Per quanto riguarda "Il foglio e lo schermo", entro martedì 4 dicembre verrà completato l'approfondimento dei primi 6 capitoli (pp. 7-74).

Ricordo infine che il giorno martedì 11 dicembre NON ci sarà lezione

domenica 25 novembre 2007

Lezioni X e XI (a.a. 2007-08)

In queste due lezioni è stato innanzitutto completato il discorso relativo alle tesi di Breton, con particolare riferimento al suo concetto di Homo Communicans.
Come già accennato, per Breton, le caratteristiche principali dell'uomo comunicante sono iscritte nel modello disciplinare della Cibernetica.
Attraverso tale idea ritroviamo innanzitutto una poderosa critica nei confronti di tutte quelle concezioni teoriche che postulano una qualunque interiorità dei fenomeni, in quanto si afferma che "tutto può essere spiegato in termini di relazioni", implicando quindi che tutto è posto all’esterno.

Ogni fenomeno, e ogni essere, può essere paragonato metaforicamente ad una cipolla, ovvero ad un insieme di esteriorità sovrapposte senza nucleo interiore, in quanto tutto ciò che è interno viene posto all’esterno; da ciò scaturisce anche la nuova concezione dell’Homo Communicans, un uomo ormai spogliato della sua interiorità, immerso nelle relazioni e negli scambi d’informazione con i suoi simili e con la struttura sociale.

Questa potrebbe essere anche una spiegazione del successo dei media, l’attaccamento dell’uomo alla Tv, o al computer: una nuova visione della realtà, anticipata dalla Cibernetica, ma di cui solo attualmente si sta prendendo coscienza; una ridefinizione dell’uomo e dei suoi rapporti con la realtà.

Inoltre Breton spiega le ragioni per le quali la comunicazione deve diventare un valore centrale, in particolare per il timore dell’anomia. Questo paradigma si sviluppa intorno ad un’asse che contrappone l’informazione all’entropia, partendo dalla constatazione che tutti i sistemi chiusi sono minacciati dall’entropia. Ora, l’esatto contrario dell’entropia è rappresentato dall’informazione vivente che circola e che rende “aperti” i sistemi. Se i canali informativi vengono mantenuti ampiamente aperti e comunicanti, se può essere effettuato il trasferimento delle decisioni politiche - come sosteneva Wiener - a vantaggio di macchine capaci di apprendere, allora ci saranno le condizioni per l’istituzione di una società migliore. Tuttavia, dietro questo paradigma che sembra ragionare per dicotomie, (informazione/comunicazione ed entropia), si presentano molte contraddizioni.

Uno dei primi effetti della trasposizione utopica delle nuove tecniche di comunicazione e dei media è un radicale spostamento del ruolo e della funzione dello strumento rispetto alla sua finalità: lo strumento non è più un mezzo ma diventa il fine. Si potrebbe, quindi, parlare di una sorta d’idolatria dello strumento: una versione contemporanea dell’adagio classico, la comunicazione non è più fatta per l’uomo, ma l’uomo è fatto per la comunicazione.

L’effetto perverso di una simile inversione, in cui il mezzo si trasforma in fine, risiede nel fatto che lo strumento non serve più a realizzare ciò per cui era stato ideato, ma finisce per funzionare solo per se stesso. È proprio quello che sta accadendo con l’universo dei media e il traffico delle comunicazioni: si pensa che i nuovi strumenti svolgano una funzione di mediazione; che siano concepiti per aiutare gli uomini a comunicare meglio, finendo per diventare la presunta risposta alla consapevolezza della separazione sociale, dell’allontanamento gli uni dagli altri, congiunta al desiderio di avvicinamento.

Breton, inoltre, sembra caratterizzare i complicati dispositivi mediatici con dei luoghi comuni sui media, in particolare sulla Tv.: pornografia del voler vedere tutto; distruzione della verità in sostituzione alle costruzioni dei possibili punti di vista; diffusione dell’ignoranza sotto forma di illusione del sapere massificato di luoghi comuni.
Diversi sono gli esempi attuali che ci mostrano con efficacia le conseguenze dell’estensione dell’impero dei media e di una concezione utopica del ruolo degli strumenti di mediazione. Il primo riguarda la confusione, ormai consolidata, tra informazione (nel senso di informazione sugli eventi) e conoscenza. Confusione che porta a rivendicare tutto in termini di informazione, svuotando la conoscenza della sua sostanza. Il secondo esempio, che ha conseguenze più ampie, è la crescente diffusione dell’idea secondo la quale i media istituzionalizzati e professionali sono una presenza assolutamente necessaria, e sono i soli e gli unici a detenere il monopolio della circolazione dei messaggi: divenuti il centro, mentre erano solo uno strumento.
Queste nuove forme, che per ora sono ad uno stato nascente, sono tanto più difficili da individuare in quanto si associano a una imponente dinamica collettiva. Altri effetti apparentemente contraddittori sono l’omogeneizzazione planetaria dei gusti, delle norme e dei comportamenti, la costruzione di uno spazio pubblico universale, e al tempo stesso, un ripiegamento dell’individuo su se stesso.

Secondo Breton attualmente l’utopia della comunicazione sembra imporsi come l’unico valore, l’unica utopia funzionante in grado di risolvere ogni problema, in quanto portatrice di trasparenza, consenso, ed equilibrio sociale. Essa sarebbe oggi il solo valore sul mercato delle idee che abbia un fondamento e una connotazione dominante e capace di ottenere una forte adesione. Questa trasformazione del tema della comunicazione in utopia mostra sino a che punto ci troviamo in un’era del “disincanto”, come molti pensano.
Le derive di questa utopia della comunicazione rinviano, come riflesso, ad uno dei temi essenziali del nostro tempo, l’esigenza di ricostruire la rappresentazione dell’uomo e della società; per mettere in moto questo processo non si potrà, secondo Breton, fare a meno di un granello di utopia, ma neppure, anzi tanto meno, di un forte senso critico.

Al di là dei riferimenti alle teorie di Breton, è stato notato come l'homo communicans presenti delle caratteristiche che per molti versi si distaccano notevolmente da quelle del cosiddetto homo legens già precedentemente incontrato. In particolare, le differenze principali riguardano il diverso livello di individualizzazione.

A questo punto si è reso dunque necessario tornare su tale concetto, riprendendo e approfondendo i temi presenti nel capitolo 3 del libro "Il foglio e lo schermo", pp. 31-44.
In particolare sono stati analizzati:

- la nascita del concetto di individuo nella cultura greca;
- il rapporto causale tra scrittura e individualizzazione (e le sue principali caratteristiche);
- alcuni esempi di culture orali scarsamente individualizzate (i Canachi studiati da Maurice Leenhardt);
- l'individualizzazione in chiave evolutiva.

venerdì 16 novembre 2007

Lezioni VIII e IX (a.a. 2007-08)

Prima di affrontare altri autori relativi all’antologia, sono stati introdotti i principali temi introduttivi al volume “Il foglio e lo schermo”.
In particolare, si è cominciato a discutere del tema di fondo che percorre il libro: le conseguenze sociali della nascita e del tramonto della scrittura, con particolare riferimento alle trasformazioni inerenti la memoria e l’identità.

Una prima serie di spunti significativi sono stati evidenziati a partire dall’analisi dell’opera (letteraria e cinematografica) “Fahrenheit 451” (di cui è consigliata la visione), così come viene presentata nel testo (pp. 7-11)
(Per ulteriori approfondimenti può essere utile anche un’occhiata alle riflessioni e ai commenti emersi a seguito della lezione (a.a. 2006-07) dello scorso 28 maggio presente su questo blog)

Le altre questioni discusse possono essere inoltre approfondite facendo riferimento ai capitoli I e II (pp. 13-17 e 19-30) del volume, che si raccomanda di studiare bene.

Per quanto riguarda gli autori dell’antologia, sono stati presi in considerazione, nel corso di queste due lezioni, Joshua Meyrowitz e Philippe Breton.

Dopo aver ripreso quelli che sono i riferimenti teorici (Mc Luhan e Goffman) di base utilizzati da Meyrowitz nel suo saggio (Oltre il senso del luogo), sono stati presentati i concetti principali ripresi dal suo lavoro:

- Struttura delle Situazioni Sociali
- Geografia Situazionale
- Sistema informativo (e capacità di “accesso alle informazioni”)
- I media e il rapporto tra scena e retroscena nell’interpretazione dei ruoli sociali

Per approfondimenti cfr. Bifulco-Vitiello, pp. 67-78


Breton (pp. 188-199 dell’antologia) è stato inserito a questo punto del programma in quanto ridiscute e ripropone, con opportune ed originali critiche, alcune questioni presenti negli approcci connessi al determinismo tecnologico.

Il suo principale saggio (L’Utopia della comunicazione) è fondato su di una semplice domanda: perché oggi si parla tanto, e in modo sempre connotato positivamente, di comunicazione? Quali sono stati i processi sociali e tecnologici che hanno condotto alla formazione di quella che viene definita “società della comunicazione”?

Nelle risposte a queste domande si evince che il solo determinismo tecnologico risulterebbe insufficiente a spiegare il fenomeno. Gli indicatori presi in considerazione dal ricercatore francese

La storia della comunicazione moderna fa risalire al secolo dei Lumi e successivamente al XIX secolo la nascita di una sensibilità molto forte per la comunicazione e per le speranze ad essa connesse. A quell’epoca si può anche far risalire l’idea secondo la quale lo sviluppo dei media e della libertà di comunicazione rappresentano le condizioni essenziali del progresso dell’intera società.
Più tardi però – anche se su quello stesso filone – si è sviluppata una corrente di pensiero di impostazione utopistica che ha fatto della comunicazione l’asse centrale della riorganizzazione della società.
Tuttavia è però necessario chiedersi – secondo Philippe Breton – in che modo la società della comunicazione ha sostituito quelle che l’hanno preceduta, quali sono stati i processi culturali e sociali che l’hanno accompagnata, quali i suoi effetti e, infine, in quali altri modi essa si potrà riciclare.

Numerosi indicatori fanno intravedere nessi sotterranei che possono mettere assieme le due guerre d’inizio secolo che hanno così profondamente scosso le coscienze collettive, e la formazione di una nuova utopia, che nasce proprio – è questa la sua tesi – come un serio tentativo di risposta al fallimento incombente della società dell’epoca. È proprio nell’inquieta prima metà del ventesimo secolo che infatti si genera l’idea della “società della comunicazione”. Più precisamente, gran parte dei paradigmi sulla comunicazione emergono a partire dagli anni ‘40, periodo che segna anche, e non è un caso, il definitivo precipitare del conflitto mondiale “nella barbarie” più assoluta.

Il progetto utopico – nato nel periodo più buio della storia europea e in reazione ad esso – viene individuato nella comunicazione, e quest’ultima viene presentata, con tutte le sue strabilianti tecnologie e i suoi nuovi strumenti, come un superiore rimedio a tutte le disfunzioni sociali. Un valore alternativo alla barbarie, al razzismo e all’esclusione.
Sembra oramai assodato che i mutamenti contemporanei avvenuti nella nostra società vengano messi in moto da questo progetto, e che la società della comunicazione sia per molti aspetti “un mito”.
Nel volume citato, Breton attua innanzitutto una ricognizione delle radici dell’ideologia della comunicazione che egli fa risalire ai lavori dei primi cibernetici, individuando in essi la formazione di tale idea, dei dispositivi e anche i suoi effetti perversi. Il ricercatore francese parte dal presupposto che la caratterizzazione comunicativa sia un valore-cornice della nostra epoca, anche se la situazione attuale non è del tutto nuova. D’altronde il comunicare e l’elaborare tecniche destinate a questo scopo, si presentano come una costante antropologica e come un quadro di pratiche fortemente connesso a contesti storici. Sembra anche banale doverlo ricordare, ma la comunicazione e le sue tecniche sono aspetti costitutivi dell’umanità e, per quanto primitivo fosse, l’uomo della preistoria, egli dedicava senza dubbio una buona parte delle sue energie non solo a comunicare, ma anche a “riflettere” su come far funzionare la comunicazione.

L’ipotesi secondo la quale la base stessa dell’umanità si trovi e si sviluppi proprio in quella forma di “riflessione” non è affatto priva di fondamenta, per quanto speculativa possa sembrare. Da questo punto di vista l’uomo è un essere comunicante, in parte strutturato da una sorta di pulsione ad esteriorizzarsi, ad “uscire da sé”, che lo anima. Proprio su questa costante antropologica si sarebbe strutturato il sistema sociale, ampliando sempre di più le possibilità umane e così trascendendo i limiti corporei.
Fondamenti della modernità simulano questo sistema iniziale, ovviamente perfezionato con alta tecnologia, ma i contenuti essenziali si fanno derivare però da quel crogiolo iniziale, da quella svolta cruciale del secolo di cui le due guerre mondiali sono l’espressione visibile. L’origine ed il successo della nuova “società della comunicazione” costituirebbero la reazione e la ridefinizione costitutiva della modernità. Originatosi nei tormenti di una lunga guerra mondiale e nei soprassalti di un drammatico degrado del legame sociale, il ricorso universale alla comunicazione si lega così a specifiche circostanze storiche, che gli conferiscono senso e portata sociale.

Secondo Breton tre grandi tappe ne segnano lo sviluppo, uno sviluppo che, a partire proprio da quegli anni, coinvolge tutta la società in una spirale nel contempo unificante e generalizzante.

La prima tappa va a collocarsi in seno alla nascita della Cibernetica, disciplina o per meglio dire insieme di discipline, esplicitamente votate alla ricerca delle leggi generali della comunicazione, sia che interessino fenomeni naturali, sia che riguardino le macchine, gli animali, gli uomini o le società. Loro obiettivo è la costruzione di un campo interdisciplinare che unifichi sotto lo stesso nome un insieme di fenomeni già noti, nei campi della neurofisiologia, della telefonia, della matematica, della fisica e dell’antropologia. Lo sviluppo della Cibernetica ha portato alla nascita della nuova nozione di comunicazione e a una reinterpretazione del campo disciplinare. Norbert Wiener, uno dei fondatori di questa rete iniziale, sottolinea con la sua esplicita volontà l’estensione della nozione di comunicazione al campo d’analisi e poi dell’azione politica e sociale.

Parallelamente, l’uso di questa nozione continuava a svilupparsi e ad arricchirsi, ad esempio con la teoria dell’informazione di Shannon, che diviene la seconda tappa fondamentale per l’epistemologia contemporanea, risolvendo i fenomeni in reti di relazioni.

Tuttavia l’immediato dopoguerra si pone come terza e decisiva fase, non intesa a livello lineare o cronologico, nella storia della comunicazione moderna, che si compie in un rapporto diretto con l’evoluzione della società occidentale, segnata in profondità dal secondo conflitto mondiale. Qui nasce un’esigenza di riscatto, determinata da una perdita di punti di riferimento e testimoniata da questa rovinosa condizione del dopoguerra dove: “tutto viene messo in discussione”.
È in quest’ottica che lo sviluppo dei mezzi di comunicazione appare come priorità; promuovendo nuove concezioni, in cui questo sviluppo figura come una necessità funzionale al sistema, fornendone un quadro di apertura globale.
Accanto alla crisi ideologica si pone, nello stesso tempo, l’esigenza di un valore che sia motore trainante per il mutamento di una società basata proprio sulla trasparenza comunicativa: “ormai nulla deve accadere in un angolo oscuro dell’umanità, così non esisterà più l’oscuro segreto nel quale è stato preparato il genocidio nazista”.

La comunicazione, trasparente ed immanente che soddisfa bisogni sociali, diventa un’ossessione che costituisce una risposta perfetta alla crisi del ventesimo secolo.
L’originalità di questo nuovo paradigma della comunicazione è testimoniata da un nuovo modo di fare scienza, da una nuova definizione dell’uomo, dall’introduzione di alcune nozioni che hanno alimentato le nuove teorie delle scienze della comunicazione.
Wiener, precursore di tale paradigma, critica dapprima il metodo funzionale delle scienze classiche, sostenendo che non è soddisfacente poiché si interroga esclusivamente sul contenuto dei fenomeni di cui la scienza si occupa sul versante interno degli oggetti: “Le relazioni che si interporranno tra i fenomeni contano più di ciò che essi sono”. Breton pone l’attenzione su questo presupposto, considerando le relazioni esistenti tra i fenomeni non come un aspetto tra gli altri, bensì come integralmente costitutive della modalità d’esistenza dei fenomeni stessi. Egli individua così la genesi di una tesi molto forte, specialmente dal punto di vista epistemologico, che reinterpreta la realtà in termini di informazione e comunicazione, proponendo una nuova visione del mondo globale e unificante, organizzata attorno al punto focale della comunicazione, tale da sfiorare tutte le discipline e contenente in germe la trasformazione della comunicazione in un valore di ampia portata sociale e politica.


La novità di questa nuova concezione non risiede nel fatto che vengono posti in scena Informazione e Comunicazione, quanto piuttosto nel fatto che lo scambio di informazioni e relazioni è integralmente costitutivo dei fenomeni sia naturali che artificiali.

Per Breton i lineamenti dell’uomo comunicante, le sue caratteristiche, la sua “natura” sono iscritti nel modello disciplinare della Cibernetica, “scienza dei comandi, unificati, dei controlli dell’uomo e delle macchine”.
Attraverso la comunicazione – “ogni organismo è la somma delle informazioni che può scambiare nelle reti in cui può entrare”. Là si colloca l’idea che: “nella nuova società tutto è comunicazione”, costituendo la base di un discorso che possiamo definire utopico e che approfondiremo nelle prossime lezioni.

giovedì 15 novembre 2007

Lezione VII (2007-08)

L’ultimo autore che prenderemo in considerazione per quanto riguarda il determinismo tecnologico è Régis Debray.

L’analisi delle teorie di questo autore verrà affrontata meno dettagliatamente rispetto agli altri due finora considerati. I concetti principali da studiare riguardano innanzitutto la MEDIOLOGIA e la MEDIASFERA
La mediologia è, come dice lo stesso autore nell’opera Course de médiologie générale [1991], :
«lo studio delle mediazioni attraverso le quali un’idea diviene forza materiale, mediazioni di cui i nostri media non sono che un prolungamento particolare, [...]».

Con il concetto di mediasfera (come abbiamo visto già nel caso di gli altri studiosi deterministi) Debray propone una periodizzazione della storia umana, divisa in tre grandi periodi (mediasfere, appunto) dove con tale termine si intende:
«l’applicazione, all’universo della trasmissione e dei trasporti, della nozione di “ambiente”».

Tali mediasfere non risultano essere mutuamente esclusive, ma interagiscono tra loro e si sovrappongono, esse sono caratterizzate dall’egemonia di alcune tecniche di trasmissione in diversi epoche.

Le tre mediasfere sono:
• Logosfera, periodo in cui domina essenzialmente la scrittura a mano, pur se è forte la fase dell’oralità;
• Grafosfera, periodo in cui domina la stampa che condurrà a forme di lettura privata, alla nascita di un soggetto razionale e al centro del mondo;
• Videosfera, periodo che vede l’avvento dei mezzi audiovisivi e in cui ogni aspetto della realtà viene inserito nell’ambito visivo.

A ciascuna mediasfera corrispondono visioni particolari di altri ambiti della vita.

Per ulteriori approfondimenti cfr. Bifulco-Vitiello, Sociologia della comunicazione, pp. 39-56

lunedì 29 ottobre 2007

Lezioni V e VI (a.a. 2007-08)

Queste due lezioni sono state dedicate prevalentemente all'analisi del Determinismo Tecnologico.
La presentazione riassuntiva che segue, relativa a due dei principali artefici del determinismo tecnologico, va approfondita ed integrata con la lettura dei brani antologici presenti nel volume consigliato per l'esame (L.Bifulco-G.Vitiello, Sociologi della Comunicazione, pp. 15-39).

Innis
Lo storico dell’economia Harold Innis, fondatore della Scuola di Toronto, è uno tra i primi studiosi che possiamo citare per comprendere a pieno il determinismo tecnologico.
Sul finire degli anni Trenta, durante i suoi studi sul commercio del legname e della cellulosa, Innis dedusse che senza la carta, e di conseguenza senza giornali, libri, ecc... , mai sarebbe potuta nascere l’economia contemporanea. Tra tutti gli staples, cioè i prodotti che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia dell’economia, la carta sembra essere per la società moderna il principale.

Partendo da questa considerazione Innis cominciò a dedicarsi allo studio di come, i vari supporti della comunicazione, avessero avuto un peso determinate nella nascita di diverse formi di organizzazione economica e politica.
Innis riteneva che le forme e i mezzi, caratteristici di varie epoche storiche, attraverso cui la conoscenza veniva diffusa, andavano a costituire la base delle relazioni sociali ed economiche tra gli individui.

Spazio e Tempo
Forme e mezzi di comunicazione, tendono ad agire sulle dimensioni dello spazio e del tempo, differenziandosi per una maggiore propensione per l’una o l’altra dimensione e determinando in questo modo la tipologia di Imperi che si sono succeduti nel tempo

Media che enfatizzano il tempo
solitamente costituiti da materiali pesanti e difficili da trasportare, quindi non permettono un’agevole circolazione delle informazioni favorendo l’accentramento del sapere così come del potere e di conseguenza i monopoli ecclesiastici.
Media che enfatizzano lo spazio
costituiti da materiali leggeri che permettono una rapida circolazione delle notizie su aree anche abbastanza estese, favoriscono la nascita di organizzazioni burocratiche.

L’Impero romano - ad esempio - essendo molto esteso, necessitava di un sistema di trasporto e di comunicazione efficace. Il potere, civile e profano, si fondò su un particolare medium leggero, il papiro, che garantiva una rapida circolazione delle informazioni e permise ai romani di avere un grande controllo degli spazi. Ma non riuscirono altrettanto bene a controllare il tempo, cosa che invece fecero i primi predicatori cristiani attraverso l’uso della pergamena, mezzo non solo più economico, ma anche più durevole. Tutto ciò incrinò il potere dell’impero romano...
(per approfondimenti, pp. 15-25)

McLuhan
Lo studioso canadese Marshall McLuhan ha elaborato, nel corso degli anni sessanta, quella che può essere senz’altro considerata la più famosa teoria generale sui media. L’importanza dei suoi lavori deriva probabilmente, più che dal rigore scientifico con cui propone le sue teorie, dal carattere suggestivo e provocatorio assunto dalle stesse. Più che di una vera e propria “filosofia” o “critica sociologica” dei media, la sua sembra infatti essere un’esplorazione sull’evoluzione degli strumenti tecnologici elaborati dagli uomini nel corso della storia, al fine di produrre comunicazione.
Le sue opere principali sono The Gutenberg Galaxy: the Making of Tipographic Man (1962) e Understanding Media: the Extension of Man (1964), entrambi tradotti in Italia. Si tratta di lavori che uniscono all’indubbia originalità un non certo minor grado di confusione, essendo composti seguendo uno stile che oggi potremmo definire “ipertestuale”, poco lineare e talvolta anche contraddittorio. Ciononostante, si tratta di saggi tra i più popolari della storia della sociologia della comunicazione.
Detto ciò, un tentativo di sistematizzazione delle idee di McLuhan potrebbe apparire un compito assai complesso. Resta però da aggiungere che gli obiettivi di fondo di tutta la sua opera possono essere sintetizzati in modo abbastanza agevole facendo riferimento ad alcuni nodi principali.

I – Il determinismo tecnologico
La posizione teorica generale di McLuhan può essere senz’altro definita come un determinismo tecnologico. Vale a dire che le grandi innovazioni tecnologiche verificatesi nel corso della storia dell’umanità avrebbero avuto, per questo autore, un ruolo primario e determinante nell’influenzare la vita degli uomini, ovvero l’organizzazione sia sociale che psicologica delle loro rispettive epoche.
Per spiegare tale tesi, McLuhan concentra i propri sforzi sull’enorme ruolo svolto dalle tecnologie della comunicazione nella storia dell’umanità, giungendo a sostenere che ogni mutamento sociale verificatosi finora in tale storia, sarebbe stato determinato da un cambiamento tecnologico nei “modi” di comunicare connessi alle tecnologie, più che nei “contenuti” della comunicazione stessa.

Schematizzando, si può dire che le innovazioni tecnologiche fondamentali considerate dallo studioso canadese sono:
1) l’invenzione dell’alfabeto fonetico, che ha dato inizio al predominio della vista, in contrapposizione al mondo prevalentemente auditivo e tattile proprio dell’epoca tribale;
2) l’introduzione della stampa, che ha accelerato il processo messo in moto in precedenza, fornendogli un carattere esplosivo;
3) l’invenzione del telegrafo, nel 1844, che ha dato il via all’epoca che ha condotto all’elettronica, restaurando il vecchio equilibrio sensoriale.
Si hanno così quattro epoche perfettamente definite:
a) tribalismo pre-alfabetico; b) periodo della scrittura (post-Omerico); c) l’età della stampa (dal 1500 al 1900 circa); d) l’era dei mezzi elettronici (iniziata con il Novecento).
Ogni epoca è determinata da una tecnologia che ne rappresenta il motore e ne configura la forma.
McLuhan, evitando esplicitamente di considerare buone o cattive le tecnologie, parte dall’idea che gli strumenti e le macchine presenti sulla terra sono solo estensioni delle estremità e dei sensi dell’uomo, ovvero, che una pala è un’estensione della mano, così come il telefono lo è dell’orecchio e la televisione lo è sia della vista che dell’orecchio. Ed è soprattutto attraverso questa strada che la tecnologia influisce sull’uomo e, in un certo senso, lo domina. È questo il motivo per cui egli sottolinea la necessità di conoscere il meglio possibile le tecnologie di cui disponiamo, piuttosto che criticarle o giudicarle.

II – L’equilibrio sensoriale
Non bisogna però perdere di vista l’idea mcluhaniana secondo cui gli effetti della tecnologia non investono soltanto concetti e opinioni, ma anche e soprattutto i modelli della percezione umana, modificando gli stessi organi di senso di cui gli uomini sono dotati.
L’uomo tribale, ovvero l’uomo prima dell’invenzione dell’alfabeto, era un essere che viveva in un mondo in cui tutti i sensi erano simultanei e in equilibrio reciproco, un mondo chiuso, con una cultura orale strutturata da un dominante senso auditivo della vita. Dato che il mezzo di comunicazione era la parola, la distribuzione della conoscenza tra una persona ed un’altra era simile. Azione e reazione erano simultanee, senza separazione. Lo spazio in cui si muovevano era essenzialmente acustico, senza centro né margini, molto meno analitico e lineare dello spazio visuale. Si trattava insomma di un mondo perfettamente adeguato ad una visione unificata, magica e iconografica della realtà.
In questo stesso spazio acustico si muovevano tuttavia gli ideogrammi e la scrittura egizia, i quali erano però più che altro disegni di realtà.
Come abbiamo già detto, l’estensione di un senso qualsiasi, altera il modo in cui percepiamo il mondo e, pertanto, il modo in cui pensiamo e agiamo. Così, quando cambiano gli strumenti, anche l’uomo cambia con essi. In tal modo, l’inizio della scrittura fonetica ha dato luogo ad una rottura dell’equilibrio tra i sensi della percezione esistenti nel mondo tribale, creando uno squilibrio che si compirà definitivamente soltanto con l’invenzione della stampa. Come sostiene McLuhan in Galassia Gutenberg, “l’alfabeto fonetico, attribuendo un significato astratto al suono e trasponendo i suoni ad un codice visivo, ha fatto sì che gli uomini si potessero vedere sottomessi ad un’esperienza che li andava trasformando”.
Nel mondo tribale i sensi del tatto, del gusto e dell’udito avevano un’importanza molto elevata, che venne frantumato dall’assimilazione dell’alfabeto fonetico. L’equilibrio sensoriale caratteristico della cultura tribale, si disgrega nel momento in cui comincia a predominare la vista. Lo spazio acustico della percezione simultanea di tutti i sensi, organico e integrale, si infrange per dar luogo ad uno spazio pittorico, razionale e uniforme. Per McLuhan, i nostri stessi “concetti occidentali relativi allo spazio e al tempo derivano dall’ambiente creato dalla scoperta della scrittura fonetica, così come tutta la nostra concezione della civiltà occidentale”.

III – Il mezzo è il messaggio
In nessun momento – afferma McLuhan – il contenuto di un messaggio assume un ruolo significativo nel processo comunicativo, esso ha sempre e comunque una funzione secondaria: “fissando la nostra attenzione sul contenuto e non sul mezzo, finiremo col perdere ogni opportunità di poter percepire ed influenzare l’impatto delle nuove tecnologie”. Nella nostra cultura tipografica, scissa, abituata a suddividere le cose come mezzo di controllo, può infastidire che ci venga ricordato che per ciò che concerne gli aspetti operativi e pratici il “medium è il messaggio”, eppure questo è esattamente ciò che intende l’A. Più precisamente, possiamo analizzare tale famosa frase mcluhaniana nel modo seguente:
- innanzitutto, “il mezzo è il messaggio” potrebbe suggerire l’idea che ogni medium crei un suo proprio pubblico, in cui il legame con il mezzo diviene molto più importante di ogni possibile interesse per i contenuti da esso trasmessi. Vale a dire che le persone consumano il proprio mezzo in modo primordiale: un individuo si immerge nel suo giornale o nella sua rivista, parla ore al telefono o consuma televisione, per il puro piacere di farlo;
- il messaggio del mezzo include tutta quella parte della cultura occidentale sulla quale il mezzo ha esercitato un’influenza. Ovvero, il messaggio contenuto nel mezzo non è solo una “tale notizia”, ma viene accompagnato da un aspetto normativo condiviso socialmente dalle persone appartenenti alla nostra stessa cultura.
- infine esso ci indica anche che lo stesso mezzo modella i limiti e le possibilità per la comunicazione del contenuto. Ciò significa che ogni mezzo possiede delle forme e delle potenzialità particolari. Ad esempio, la televisione può essere più adeguata rispetto alla stampa per informare a proposito di una gara di atletica, mentre la stampa sarà più adeguata per informarci su un dibattito politico. In ogni caso, per McLuhan la società è sempre stata strutturata più dalla natura dei media che da quella dell’informazione. Per questo “il mezzo è il messaggio”: il mezzo stesso, il modo in cui diffonde le sue informazioni e influenza la struttura mentale ed emotiva di colui che riceve, è più importante di qualunque messaggio cui possa servire da veicolo.
È possibile insomma affermare che ciò che viene scritto su un giornale è meno importante, da un punto di vista sociale, del fatto che sia stato stampato innumerevoli volte e che sarà letto simultaneamente da molte persone; l’uniformità, la ripetibilità e la simultaneità del mezzo sono molto più significativi del suo contenuto.

IV - Il villaggio globale
Abbiamo visto che la tappa finale del grande processo di sviluppo storico dei media sarebbe quello relativo all’era dell’elettronica, fortemente caratterizzata dalla cosiddetta ri-tribalizzazione. Questo è il senso da attribuire all’affermazione secondo la quale staremmo vivendo in un villaggio globale. La trasformazione del mondo in un villaggio globale significa innanzitutto che chiunque viva nel più remoto dei villaggi è in grado di condurre, grazie alla simultaneità e all’estensione dei mezzi elettronici, una vita così cosmopolita come quella che condurrebbe a Parigi o a New York. In un senso più profondo, tale concetto indica però anche che “le estensioni tecnologiche del nostro sistema nervoso centrale, indotte dall’elettronica, ci stanno sommergendo in una piscina mondiale di movimento di informazione, consentendo all’uomo di incorporare dentro di sé l’intera umanità”. Sembra logico che se la stampa – come fase estrema della cultura alfabetica – de-tribalizza l’uomo (elevando le caratteristiche visive alla loro più alta intensità e producendo così l’individualismo), allora la cultura promossa dalla tecnologia elettronica, al ristabilire l’equilibrio sensoriale, debba produrre un "nuovo tribalismo".
(per approfondimenti, pp. 26-39)

domenica 21 ottobre 2007

Lezioni III e IV (a.a. 2007-08)

L’esteriorizzazione può essere considerata una vera e prorpia necessità antropologica. L’uomo, da come lo conosciamo empiricamente, non può essere concepito prescindendo dall’incessante riversamento di se stesso dal mondo in cui si trova; non può venire inteso come un essere ripiegato su se stesso, chiuso in una qualche sfera d’interiorità, e che poi cominci a esprimersi nel mondo che lo circonda.
L’essere umano si esteriorizza nella sua essenza e fin dall’inizio. Questo fondamentale fatto antropologico ha le sue radici - secondo alcuni importanti studiosi - nella stessa costituzione biologica dell’uomo.

Per semplificare diciamo che, essendo biologicamente privo di un mondo fatto per sé, di un mondo-uomo, egli è costretto a costruirselo. Il risultato di tale costruzione è, naturalmente, ciò che chiamiamo cultura, il cui scopo fondamentale è quello di dare alla vita umana quelle solide strutture che biologicamente le mancano.
Quest’ipotesi di tipo culturologico è fondata su dati e teorie di tipo eminentemente “antropologico”. Una di queste – tra le più vecchie, ma anche tra le più affascinanti – fu formulata da un certo Ludwig Bolk.

Prima di esaminarla va preso in considerazione innanzitutto un dato di fatto: esiste nell’uomo una lentezza nello sviluppo motore, nella crescita, molto particolare e molto diversa rispetto agli altri animali.
Se, ad esempio, noi collochiamo all’età di 12 anni, età della pubertà, la prima sostanziale autonomia dell’essere umano, (questa d’altronde è l’età in cui nella maggior parte delle civiltà si collocano i riti d’iniziazione), e a 70 il tasso medio della vita umana, il rapporto: “inizio della età adulta” e “lunghezza della vita” è pari a 1/6. Ora non esistono specie animali in cui questo rapporto scende al disotto di 1/12, 1/10. Il che vuol dire che esiste un enorme differenza tra l’uomo e l’animale per svilupparsi sul piano motorio. Va detto inoltre che la lentezza dello sviluppo è nell’uomo molto più marcata nel corso del primo anno di vita.

Qui si inserisce la teoria di Bolk. Così in una conferenza si esprimeva questo studioso (era un professore di anatomia ad Amsterdam negli anni ‘20): “Se volessi esprimere in una frase un po’ lapidaria l’essenziale della mia teoria, presenterei l’uomo, dal punto di vista corporale, come un feto di primate geneticamente stabilizzato”.
Non esiste un mammifero con una crescita così lenta come quella dell’uomo; non esiste un mammifero che resti per così lungo tempo dipendente dai suoi genitori. Non esiste mammifero che dopo uno sviluppo così lento abbia una senescenza così lunga. Quale animale dopo la fine delle sue possibilità germinative può godere – dice Bolk – di una così lunga esistenza puramente somatica? Secondo quest’autore vi sono alcune caratteristiche morfologiche proprie all’uomo, come ad esempio l’assenza di pelo, la situazione centrale del Foramen magnum, il peso elevato del cervello, la persistenza della fontanella, la forma del bacino, l’orientamento ventrale dell’orifizio genitale femminile etc. che hanno tra di loro una proprietà comune.
Sono – dice Bolk – delle condizioni o stati fetali divenuti permanenti. in altre parole, delle proprietà strutturali che sono passeggere nel feto degli altri primati e che si sono stabilizzate nell’uomo. Per quest’immaginifico autore l’uomo è il prodotto di un ritardo fisiologico della crescenza e della maturazione. Quali le conseguenze di una tale teoria?

Da una parte – fisicamente – il volume della scatola cranica dovuto alla non-sutura della fontanella rende possibile lo sviluppo del cervello; dall’altra la nascita prematura e la lentezza della maturazione rende indispensabile la protezione degli adulti e giustifica così le complesse relazioni psicologiche che si sono create. Questo spiega inoltre il bisogno dell’uomo se vuole sopravvivere a costruirsi ed a compensare la sua carenza dominando la natura attraverso la creazione della cultura.
Quest’essere incompleto crea protesi per dominare un esterno che altrimenti non sarebbe in grado di dominare. Essere incompleto ed impotente modifica un ambiente che gli è completamente estraneo. Riempie mancanze, attualizza assenze. Se non l’avesse fatto sarebbe scomparso.

Possiamo ora capire più approfonditamente la definizione del concetto di "cultura" proposto in precedenza:
La cultura consiste nella totalità dei prodotti dell’uomo.
Alcuni di questi prodotti sono materiali, altri no. L’uomo produce attrezzi d’ogni genere tramite cui modifica il suo ambiente fisico e piega la natura al proprio volere. L’uomo produce anche il linguaggio e, sulla base e per mezzo di esso, un importante edificio di simboli che permeano ogni aspetto della sua vita. È in tal senso che - dal punto di vista che stiamo qui adottando - bisogna intendere ed analizzare la centralità dei processi comunicativi nell’ambito delle scienze sociali.

Per introdurre un esempio, tratto da una famosa citazione di Karl Popper, è possibile paragonare l’evoluzione del mondo della cultura, con quello del mondo animale, nel senso che, così come “l’evoluzione animale procede in larga misura attraverso l’emergenza di nuovi organi e della loro modificazione, così l’evoluzione della cultura umana procederebbe, in larga misura, attraverso lo sviluppo di nuovi organi al di fuori del corpo: eso-somaticamente o, extra-personalmente.
L’uomo, cioè, invece di sviluppare migliori occhi e migliori orecchie, produce occhiali, microscopi, telescopi, telefoni, cornette acustiche, etc... e invece di sviluppare gambe sempre più veloci, produce automobili sempre più rapide. E ancora – ed è questo un aspetto dell’evoluzione culturale che coinvolge in modo assolutamente centrale tutti i processi comunicativi di cui ci occuperemo – invece di sviluppare memorie e cervelli migliori, l’uomo produce carta, penne, macchine da scrivere, computer, libri e biblioteche.

Produce soprattutto linguaggio. Attraverso il linguaggio in effetti l’uomo detta un ordine all’esperienza. Il linguaggio “ordina” creando una differenziazione e una struttura nel flusso incessante dei fatti che l’esperienza ci propone. Un frammento dell’esperienza non appena viene nominato esce immediatamente da quel flusso e acquisisce una stabilità tipica della designazione. Ogni volta che l’uomo s’inventa e impone un linguaggio assicura un ordine di rapporti, afferma perentoriamente che questo è proprio questo e non quello.
Sul linguaggio si fonda tutto l’edificio cognitivo e normativo che noi definiamo conoscenza.

Sappiamo che ogni società impone un ordine comune d’interpretazione dell’esperienza, ordine che diventa conoscenza “oggettiva”. Fare parte di una società vuol dire condividerne la “conoscenza”.

Con il processo di oggettivazione, il mondo umanamente prodotto, la cultura, diventa qualcosa che sta al di là di noi, sta “al di fuori”. Esso consiste in “oggetti”, sia materiali che non materiali, capaci (Berger dice) di “resistere ai desideri dei loro produttori”. Il che, in poche parole vuol dire che una volta prodotto, questo mondo non può essere spazzato via da un semplice desiderio. Esso è là, nella sua incombenza, spesso nella sua opacità, sempre nella sua oggettività.

L’uomo costruisce un attrezzo e tramite tale azione arricchisce la totalità degli oggetti fisici presenti nel mondo. Una volta prodotto, però, l’attrezzo acquista una vita propria che non può facilmente venire cambiata da quanti lo usano. In realtà l’attrezzo, diciamo un utensile agricolo, può persino giungere a imporre la sua logica agli utenti, a volte in un modo che può anche non risultare loro particolarmente gradevole.
Per esempio, un aratro, per quanto ovviamente prodotto umano, è un oggetto esterno non solo nel senso che i suoi utenti, o i suoi produttori, possono anche cadervi sopra e farsi male – come potrebbero parimenti farsi male cadendo su un sasso o su un tronco o su qualsiasi altro oggetto materiale – ma anche nel senso, qui più importante, che può costringere i suoi utenti a riorganizzare l’attività agricola, e forse anche altri aspetti della loro vita, conformemente alla sua logica, né immaginata né prevista da coloro che in origine hanno inventato l’uso dell’attrezzo stesso.
Ad esempio un uso di un aratro più profondo, derivato da una tecnica più facile di aggiogamento dei buoi, modificò notevolmente l’agricoltura elevando considerevolmente la produttività agricola (consentendo l’alternanza dei terreni) e contemporaneamente il benessere generale. La medesima oggettività, comunque, caratterizza pure gli elementi non materiali della cultura. Pensate ad un’idea o ad una ideologia (cioè un insieme ideativo volto a indirizzare l’azione), a dei valori, ad una visione del mondo etc. etc.

Per ciò che concerne la comunicazione, è un dato di fatto che gli uomini inventano un linguaggio e poi scoprono che sia il loro parlare che il loro pensare vengono regolati, meglio costretti, dalla grammatica che essi stessi hanno prodotto (oggettivato). D’altronde il linguaggio è l’oggettivazione più importante che l’uomo abbia prodotto. I suoi fondamenti sono naturalmente nella capacità umana di vocalizzare, ma si può parlare di linguaggio solo se l’espressione vocale è capace di distacco. La vita in genere è tale perché io posso attraverso il linguaggio condividerla.

Fra parentesi va notato che gli esempi qui riportati riguardano (non a caso) la comunicazione. D’altronde la variazione dei modi della comunicazione è spesso più importante di quella dei modi di produzione. Cos’è poi, in effetti, la cultura se non una serie di atti di comunicazione?

Come ultima cosa diciamo che il mondo delle oggettivazioni sociali, prodotto dall’uomo nell’ambito del processo di esteriorizzazione, si pone di fronte all’uomo stesso come fattualità esterna e come tale viene dunque acquisito.

L’interiorizzazione è invece il processo mediante il quale il mondo oggettivato viene riassorbito nella coscienza dell’uomo, in modo tale che le strutture di questo mondo giungano a determinare le strutture soggettive della coscienza stessa.
La società, vale a dire, ora funziona come una sorta di agenzia formativa della coscienza individuale. Proprio in seguito all’interiorizzazione, l’individuo si appropria contemporaneamente di vari elementi del mondo oggettivato traducendoli in fenomeni interni alla sua coscienza (che cioè gli appartengono personalmente) e distinguendoli dai fenomeni della realtà esterna. In effetti ogni società che si prolunga nel tempo, o che ha la pretesa di, si trova a fronteggiare il problema della trasmissione da una generazione all’altra dei suoi significati oggettivati, della sua “conoscenza oggettivata”. Questo problema viene affrontato mediante i processi di socializzazione, vale a dire i processi tramite cui s’insegna a una nuova generazione a vivere in accordo con i programmi istituzionali della società.
O, detto in altro modo, la socializzazione è quando una generazione comunica alla generazione successiva i contenuti essenziali della cultura da essa prodotta. Questo è un tema importante in quanto ogni società (e ogni istituzione) che ha intenzione di prolungare la sua esistenza nel tempo si trova a dover affrontare il problema della trasmissione dei suoi significati (significati che essa ha prodotto e anche oggettivato). E lo fa fondamentalmente attraverso il processo della socializzazione, che vuol dire non solo far apprendere alla nuova generazione i significati della cultura, ma anche i ruoli e le identità. E questo avviene anche attraverso un processo di identificazione che permette al singolo abitante di questo universo di “modellarsi”, di costruirsi, attraverso questi significati.
Lo scopo ultimo della socializzazione è la costruzione di una simmetria (o corrispondenza) tra la cosiddetta realtà oggettiva (quella che è al di fuori di noi) e la realtà soggettiva (quella che percepiamo al nostro interno).
In poche parole la società, generalmente, pretende che i suoi significati siano uguali ai nostri significati (di qui l’importanza che la società attribuisce alla comunicazione e alla “condivisione del significato”).
Questa è una pretesa impossibile ad attuarsi (al meno nella sua forma più estrema) perché la socializzazione, per una serie di motivi, è sempre imperfetta. Va detto inoltre (dall’altro canto) che una socializzazione troppo parziale finisce per mettere in crisi la società stessa, in quanto, al limite, nessuno condividerebbe i significati (compresi quindi i valori) che la società s’è data.

Anche qui va sottolineato come emergano i problemi fondamentali della comunicazione: la trasmissione dei “messaggi” e la condivisione del significato. Nel momento in cui l’individuo interiorizza l’insieme dei significati che la società gli impone riesce a dare ordine soggettivo alla propria esperienza, dà un senso alla propria biografia. E cioè ordina gli elementi della sua passata esperienza e li integra nell’ordine societario. Il tempo acquista un senso: passato presente e futuro diventano quel continuum necessario per l’esistenza stessa dell’individuo.

In sostanza gli uomini sono costretti “antropologicamente” a costruire il senso della realtà (esteriorizzazione), a reificarlo (oggettivazione) e a riappropriarsene nel corso della socializzazione (interiorizzazione).

L’operazione di costruzione dell’ordine ha anche poi un’altra funzione: quella di difendere l’uomo dal terrore dell’esistenza. Questo terrore dell’esistenza è la perdita del significato.
La perdita di significato è il caos, che, come tale, deve essere tenuto a bada ad ogni costo. In poche parole vivere nel mondo sociale significa avere una esistenza normale e significativa, uscirne fuori, nel senso della impossibilità di condividerne i significati, costituisce una minaccia per l’individuo perché si perde l’orientamento dell’esperienza. Nei casi estremi – dice Berger – si perde il senso della realtà e dell’identità.
Quest’aspetto protettivo dell’ordine sociale è molto evidente nelle cosiddette situazioni marginali.

Queste sono quelle situazioni della vita che lo portano vicino ai confini dell’ordine che regola la sua vita quotidiana. Sono situazioni che si presentano spesso nei sogni, anche in quelli ad occhi aperti.

A volte queste fantasie si presentano come “dubbi” sulla consistenza della realtà che ci circonda, che diventa precaria, incerta. Questi dubbi possono coinvolgere gli strati profondi della coscienza (gli psichiatri li chiamano stati nevrotici o psicotici), allora costituiscono una minaccia per l’individuo che ne rimane terrorizzato. Ciò che viene messo in crisi – e che terrorizza – è l’ordine su cui tutta la sua esistenza si basava.
Queste situazioni possono essere chiamate “situazioni marginali” proprio perché stanno ai margini della realtà stabilita, la sfiorano o la coinvolgono profondamente. La situazione marginale per eccellenza è la morte. La morte infatti - come avremo modo di approfondire nel corso delle prossime lezioni - mette in crisi, insinua dei dubbi sulle precedenti definizioni della realtà. In effetti essa mina i presupposti dell’ordine stabilito. Allora ci si rende conto che ogni realtà a fianco possiede un’irrealtà che è terrorizzante.

Detto in termini diversi, quando questa realtà si presenta fa difetto la comunicazione. Berger la chiama conversazione e cioè la possibilità di rassicurazione che si ottiene attraverso la condivisione e vitalizzazione dei significati. In altri termini le situazioni marginali dell’esistenza umana mettono in luce la precarietà di quanto è stato costruito dall’uomo: vi è un’irrealtà possibile che minaccia ogni forma di realtà.
Dietro l’ordine vi è l’anomia, che vuol dire assenza di norme. D’altronde ogni ordine costruito è uno spazio di significatività “estratto” in un mucchio di non-senso. Ogni ordine costruito è un edificio contro le forze del caos. Ed è evidente che questo caos deve essere tenuto a bada. Il che vuol dire che ogni società sviluppa dei meccanismi di difesa atti a difendere la realtà costruita. Dei meccanismi cioè in grado di aiutare i suoi membri a restare orientati nella realtà e – nel caso fosse necessario – a tornare nella realtà (quella realtà così come ufficialmente è stata definita).
Uno dei meccanismi più efficaci è quello di fare accettare il mondo sociale come dato.

La socializzazione ha successo quando spinge ad accettare i significati chiave della società come inevitabili. Non basta cioè che l’individuo li consideri utili, giusti o desiderabili, è necessario che sia convinto che essi sono inevitabili, cioè immutabili.

Tutto quanto detto finora e gli argomenti che abbiamo introdotto devono essere intesi come un bagaglio concettuale, una “cassetta degli attrezzi” con i quali poter costruire una griglia di interpretazione sociologica dei fenomeni comunicativi che affronteremo nel corso delle prossime lezioni.

lunedì 15 ottobre 2007

Lezioni I e II (a.a. 2007-08)

In questa prima fase del corso presenterò alcuni concetti fondamentali. L’idea è quella di fornire gli attrezzi, gli strumenti di base per un approccio sociologico allo studio dei processi comunicativi.

I termini chiave del corso sono comunicazione e cultura. Prima però saranno necessarie alcune riflessioni sul concetto di società.

Diciamo innanzitutto che la società è un prodotto umano, nient’altro che un prodotto dell’attività umana. Essa non ha altra esistenza se non quella che le viene conferita dall’attività e dalla coscienza dell’uomo. Non esiste, né vi può essere nessuna realtà sociale che prescinda dalla presenza e dall’operosità dell’uomo, nonché dalla sua presa di coscienza su tale presenza e tale esercizio.
Tuttavia, nell’ambito della prospettiva dialettica che qui adotteremo, è possibile affermare anche esattamente il contrario: ovvero che l’uomo è un prodotto esclusivo della società. In effetti la società esisteva prima che l’individuo nascesse, esiste durante il corso della sua vita, ed esisterà dopo che egli sarà morto.
È proprio all’interno della società infatti, e proprio come risultato di complessi processi sociali, che l’individuo diventa tale, diventa cioè una persona che acquisisce e mantiene una propria identità, un individuo che si costruisce una “sua” vita.
In parole povere la società non può esistere senza l’uomo; e l’uomo non può esistere senza società; entrambe si co-producono reciprocamente, questo è il cuore di ciò che abbiamo chiamato processo dialettico e che è intrinseco ad ogni fenomeno sociale. Ed è solo riconoscendo tale carattere che la società può essere intesa nei termini che sono più consoni alla ricerca sociologica: la società come realtà empirica.

Ora, riprendendo alcuni studi, oramai divenuti classici della sociologia della conoscenza di derivazione fenomenologica, è possibile sostenere che tale processo dialettico (uomo-produttore/società-produttrice) consiste in tre momenti o gradi:

a) l’esteriorizzazione;
b) l’oggettivazione;
c) l’interiorizzazione.

Intendiamoci è solo se questi tre momenti vengono intesi congiuntamente che si può avere una visione empiricamente adeguata della società. La loro suddivisione è di carattere analitico e non va intesa in senso cronologico.

a) L’esteriorizzazione può essere definita come il processo attraverso il quale l’uomo – per alcune fondamentali necessità antropologiche – si riversa nel mondo circostante (lo modella), al fine di costruire una realtà adatta alla sua sopravvivenza. (Nel senso più ampio del termine). Tale processo si manifesta semplicemente attraverso l’attività degli uomini, un’attività che è sia fisica che mentale;

b) L’oggettivazione a sua volta, è il processo che sta ad indicare proprio la realizzazione di tale realtà, costruita tramite i prodotti dell’attività sia fisica che mentale. È importante sottolineare sin d’ora che, una volta realizzata, tale realtà oggettiva si pone davanti ai suoi originali produttori come un dato esterno, diverso , appunto, oggettivo;

c) L’interiorizzazione infine, consiste in quel processo di riappropriazione, da parte degli uomini, di quella realtà così costruita, la quale – proprio attraverso questo processo – viene ri-trasformata in una struttura della coscienza soggettiva.

Nelle prossime lezioni verranno presentate più nello specifico – e più approfonditamente – le caratteristiche di questi tre processi, prima di passare a collocare l’oggetto dei nostri interessi, i processi comunicativi, nell’ambito di una tale prospettiva culturologica.

venerdì 5 ottobre 2007

inizio corso 2007-08

il corso di Comunicazione e Processi Culturali (6 cfu) avrà inizio martedì 9 ottobre alle ore 13 e proseguirà tutti i martedì (13-15) e giovedì (9-11) nell'aula - Cinema Astra (via Mezzocannone)

sabato 9 giugno 2007

ultime lezioni (XXI-XXIV)

- Nelle ultime lezioni sono stati presentati i riferimenti teorici principali relativi al volume Videogiochi e Cultura della Simulazione.

- Tali paradigmi sono essenzialmente due:
a) il determinismo tecnologico di matrice mcluhaniana
b) l'ipotesi di Norbert Elias su Coinvolgimento e Distacco
(uno dei punti di contatto più suggestivi relativo a tali teorie riguarda il ri-coinvolgimento tecnologico e la ri-tribalizzazione...).

- va inoltre tenuto presente l'emergere della cosiddetta "cultura della simulazione" (legata ai processi di informatizzazione e digitalizzazione nell'ambito della comunicazione)

- si consiglia di studiare i temi trattati nella prima parte del volume mettendoli in relazione con quelli già affrontati durante l'analisi degli altri testi (con riferimento, in particolare, al tempo e all'individualizzazione)

- nella seconda parte va posta particolare attenzione all'analisi del rapporto gioco-cultura-tecnologia (Huizinga, Ortega y Gasset, Eco e - soprattutto - Turkle) e alla tesi del "Reincanto Tecnologico" del mondo, da studiare in rapporto alla teoria weberiana del "Disincanto".

- L'ultimo capitolo - sull' Homo Game - va considerato come una lettura da cui trarre stimoli per una eventuale discussione critica sul rapporto tra nuove tecnologie e trasformazioni nella costruzione sociale dell'identità nella cultura contemporanea

lunedì 28 maggio 2007

Fahrenheit 451

L'ultima lezione è stata dedicata alla visione del film Fahrenheit 451 di F. Truffaut. Come molti degli studenti hanno ben compreso (almeno questo si evince dalle domande e dalle mail ricevute) si tratta di un testo particolarmente congeniale all'approfondimento degli argomenti trattati finora durante il corso e che ci apprestiamo a riprendere e sviluppare nelle prossime lezioni conclusive.

Oltre a consigliarne la visione (ed eventualmente anche la lettura del romanzo da cui è tratto) a tutti, propongo qui di seguito una serie di riflessioni sull'argomento scritte per un saggio pubblicato alcuni anni fa.

(Potrebbe essere inoltre questa una buona occasione per affrontare ed approfondire (attraverso qualche commento sul blog) alcune delle discussioni emerse durante e dopo la proiezione del film... )

Un romanzo – Fahrenheit 451 – di Ray Bradbury, del 1953, e la sua celebre trasposizione cinematografica, realizzata nel 1966 da François Truffaut, vanno considerati, come spesso accade con le opere di alto valore artistico, strumenti molto efficaci per introdurre il tema seguente: le conseguenze sociali della nascita e del tramonto della scrittura, con particolare riferimento alle trasformazioni inerenti la memoria e l’identità.
Pur senza sottovalutare l’importanza dell’opera di Bradbury, a cui pure faremo riferimento, ci occuperemo principalmente di analizzare lo straordinario adattamento del romanzo realizzato da quel geniale regista che è stato François Truffaut, che riteniamo più utile al fine di evidenziare le caratteristiche specifiche che intendiamo esaminare.
Il film comincia presentandoci il protagonista – Montag – mentre su un’automobile rossa si dirige a gran velocità verso una casa da cui un uomo, dopo una telefonata che lo avvisava dell’arrivo dei pompieri, sta scappando.
Montag, dunque, è un pompiere. Un pompiere, però, il cui compito è esattamente opposto a quello cui sempre è stato destinato. Egli infatti, curiosamente, non è addestrato a spegnere il fuoco, bensì ad attizzarlo. Nella società in cui egli vive è proibito leggere, per cui la missione specifica del corpo militare cui appartiene, è quello di bruciare tutti i libri esistenti e con essi il passato ivi racchiuso. La loro divisa è nera e richiama le uniformi naziste corrette da un berretto alla Lenin. L’atmosfera è quella di 1984. Il regime che governa è evidentemente un regime totalitario.
In queste prime scene assistiamo alla perquisizione della casa di un “sovversivo” (un proprietario e “lettore” di libri) e al rogo dei volumi che sono stati scoperti. Dopo, mentre i pompieri vanno via, il capitano, che durante le operazioni era rimasto ad attenderlo nella vettura, confida a Montag di essere molto contento del suo lavoro e di volerlo candidare per una promozione. Il protagonista è dunque un uomo in carriera, egli è una persona che, almeno apparentemente, è perfettamente integrata nella società cui appartiene.
Il film ci mostra poi Montag all’interno di una sorta di treno rialzato (elemento che serve al regista francese per sottolineare l’elevato livello tecnologico della società), circondato da altri passeggeri, tutti avvolti in una silenziosa atmosfera da sogno, sullo sfondo di una dolce melodia. Lì, Montag incontra per la prima volta Clarisse, una ragazza che gli si avvicina con grande spontaneità, per parlargli.
Clarisse è un persona assolutamente singolare rispetto al resto dei passeggeri (e del resto della società), completamente diversa da tutti gli altri. Il suo personaggio, risulta centrale sia nel libro che nel lavoro del regista francese. Essa viene descritta come una ragazza a cui piace parlare con la gente, passeggiare sotto la pioggia, andare per i boschi assaporando i profumi e i sapori della natura. Un tipo sempre molto solare, pieno di vita, estremamente curiosa di ciò che la circonda, aperta al mondo. Tutte cose che – a suo dire – gli altri non fanno perché troppo intenti a guardare la televisione, chiusi in se stessi e ben attenti ad evitare qualunque contatto con l’esterno.
Scesi dal treno, Montag dice a Clarisse di ricordarle molto la moglie. Di fatto i due personaggi sono interpretati dalla stessa attrice (Julie Christie), forse per evidenziare il netto e significativo contrasto tra le due donne: la prima, come detto, aperta al mondo, al suo passato, agli altri, alla natura; l’altra eccessivamente chiusa in se stessa, nella sua casa, tra i suoi megaschermi televisivi, apatica e soprattutto senza alcun passato significativo da ricordare.
Le scene successive sono ambientate in casa di Montag: un ambiente freddo e asettico, il cui silenzio è rotto solo dai rumori provenienti dall’enorme televisione a parete, …costantemente acceso. La moglie – Linda – giace distesa sul letto, immobile, a guardare la televisione, …isolata da tutto e da tutti. Apparentemente, il suo unico passatempo, consiste nel recitare (in una sorta di televisione interattiva) in un programma titolato significativamente “La Grande Famiglia”. Si tratta di una specie di commedia televisiva assai banale: due uomini hanno invitato amici a casa e devono decidere la collocazione degli ospiti di fronte allo schermo, e chiedono consigli a Linda, questa deve rispondere; ma le sue risposte non hanno importanza perché i dialoghi sono già stati programmati (alla prima battuta, Linda, distratta, non sa come rispondere, ma la commedia va avanti lo stesso, mostrando tutta l’illusorietà del processo di interattività promesso). Ciò che comunque tali scene rendono evidente è il fatto che l’unico momento in cui Linda si sente veramente viva e partecipe, è quando giunge l’ora di recitare tra i membri (virtuali) della “Grande Famiglia”. Sono momenti autoreferenziali del film in cui il regista rende l’effetto di realtà del mezzo televisivo proponendoci primi piani dello schermo a muro e fornendo così la sensazione di stare assistendo a un film nel film, non lasciandoci distinguere con sufficiente chiarezza se ciò che stiamo vedendo sia la storia narrata nel film o ciò che la televisione descritta nel film mostra.
Linda è una persona interiormente morta, vuota, estraniata dal mondo e dagli altri, compreso suo marito. L’importanza di questo personaggio risiede proprio nel fatto che lei rappresenta gli abitanti di questo mondo con tutta l’apatia che li caratterizza. Dal canto suo, Clarisse, di cui il protagonista finirà inevitabilmente per innamorarsi e che a un certo punto del film diventerà una fuggiasca, perché sospettata di essere una lettrice (pertanto una pericolosa sovversiva), rappresenta per molti versi una metafora del cosiddetto homo legens.
Lentamente Montag comincerà anch’egli a trasformarsi in un lettore. Si sveglierà di notte per poter leggere di nascosto. Truffaut ce lo mostra immerso nel libro La storia personale di David Copperfield, una biografia, la storia di un uomo che narra la sua vita in un libro, il cui primo capitolo si intitola, e non a caso, “Vengo al mondo”. Sarà così che Montag comincerà a scoprire che dietro ad ogni libro “si nasconde un uomo” e comprenderà che per costruirsi un’identità è necessario ordinare gli eventi della propria vita in un costante e coerente flusso temporale. Truffaut, molto abilmente, descrive questa scena offrendoci un primo piano delle pagine del libro mentre Montag lo legge. In questo caso la macchina da presa sostituisce gli occhi dello spettatore, e il dito di Montag, che segue le righe della pagina mentre legge, è in realtà il dito dello spettatore.
A partire da questa fase, in un crescendo avvolgente, assisteremo alla metamorfosi di Montag e al suo tentativo di ribellione. Dopo una serie di inutili tentativi di convincere la moglie dell’importanza della lettura, e dopo essere stato scoperto (proprio a seguito di una denuncia della moglie stessa) dalle autorità, Montag diventerà a sua volta un fuggitivo. Incontrerà Clarisse e grazie a lei raggiungerà un luogo in cui si nascondono gli “uomini-libro”, delle persone che sono riuscite a scappare e che si sono rifugiate in aperta campagna dove vivono pacificamente raccolti in piccoli gruppi.
Ognuno di loro ha scelto un libro e lo ha imparato a memoria. Sono insomma dei veri e propri libri viventi, essi sono il frutto di una strategia messa in atto per conservare la memoria delle grandi opere letterarie dell’uomo dall’oblio.
Al suo arrivo nel luogo degli uomini-libro, una persona esce da un vagone ferroviario adibito a casa per accoglierlo. Gli si presenta come il “Giornale di Henry Brulard” di Stendhal e lo introduce in una sorta di organizzazione segreta di resistenza.
In una delle scene più toccanti del film si vede un vecchio in punto di morte mentre recita se stesso (“La chiusa di Ermiston”, di Robert Louis Stevenson) a suo nipote, in modo che il ragazzo possa ereditare tale memoria e diventare a sua volta un uomo-libro. Nella scena immediatamente successiva Truffaut ci mostra la prima neve dell’inverno che cade ed il vecchio che muore, mentre il bambino, suo nipote, è intento a recitare da solo il brano.
Il film si chiude quindi con un forte messaggio di speranza: la comunicazione intergenerazionale è riuscita, il bambino è diventato un libro, è stato messo in grado, attraverso la memoria del nonno, di costruirsi un’identità, mentre il passato, la tradizione, è stato almeno parzialmente, salvato dall’oblio.
Né Bradbury né Truffault nelle loro rispettive opere, ne fanno cenno, ma può darsi che essi, o uno di loro due, siano stati a conoscenza del fatto che nell’universo concentrazionario alcuni rabbini fungevano da “libri viventi” le cui pagine potevano essere consultate dagli altri prigionieri per trovare un conforto, ma anche per salvare la propria identità pesantemente messa in discussione da coloro che significativamente sono stati definiti come “gli assassini della memoria”.

lezione XVIII-XX

Torniamo a noi!

Abbiamo cominciato a discutere dei temi trattati negli ultimi due libri di testo. Come anticipato già durante le prime lezioni dedicheremo questi ultimi incontri ad approfondire l'analisi del rapporto tra media e società, concentrando in particolare l'attenzione sulla televisione e i videogiochi.

Prima di occuparci delle analisi proposte da Wunenburger nel suo libro, può essere utile studiare il saggio sulla televisione presente nel manuale, prestando particolare attenzione ai riferimenti relativi a:
- rapporto tra televisione e altri media (cinema, radio, nuovi media);
- teorie sull'influenza della televisione nei processi di socializzazione e costruzione dell'identità

Per quanto riguarda Wunenburger è stato sottolineato un aspetto che ritengo fondamentale per un corretto approccio al testo e che nell'introduzione al volume viene definito una "sociologia dello schermo" (pagg. 10-12). La comprensione di tale approccio risulterà inoltre molto utile anche allo studio dell'ultimo libro in programma (videogiochi e cultura dela simulazione).

Risposte varie

Ho ricevuto diverse decine di commenti e richieste varie, sia attraverso il blog sia direttamente per e-mail. Fortunatamente è possibile raggruppare le risposte a seconda degli interessi. Cominciamo dunque con le domande più gettonate per poi passare via via a quelle più singolari:

- chi ha superato la prova intercorso può presentarsi direttamente all'orale della sessione estiva (19 giugno o 19 luglio) SENZA BISOGNO DI PRENOTAZIONE.

- chi ha sostenuto la prova intercorso e intende sostenere l'orale da settembre in poi (entro e non oltre marzo 2008) può farlo prenotandosi direttamente su questo blog (15 giorni prima della prova)

- chi non ha superato la prova intercorso o non intende accettare il voto può (senza alcun bisogno di comunicazioni ulteriori al docente) prenotarsi e presentarsi alla prova scritta nella sessione che desidera

- il programma è il seguente (ED è UGUALE PER "TUTTI"):
PROVA SCRITTA: Cavicchia-Pecchinenda, Sociologia della comunicazione (Prima Parte. Cioè i primi tre capitoli); Cavicchia, La morte (i primi due capitoli. Cioè l'individuo e il tempo).
PROVA ORALE: Cavicchia-Pecchinenda, Sociologia della Comunicazione (capitolo sulla televisione più un capitolo a scelta tra "fotografia" e "cinema");
Cavicchia, La morte (capitoli 3 e 4. Cioè La memoria e la morte); Wunenburger, L'uomo nell'era della televisione; Pecchinenda, Videogiochi e cultura della simulazione (questi ultimi due senza esclusioni)

- per quanto riguarda le valutazioni va innanzitutto chiarito che il voto della prova scritta è indicativo. Per la valutazione finale è assolutamente determinante la qualità del colloquio orale. Questo significa (per rispondere a domande specifiche di interesse collettivo, almeno credo!) che un ottimo orale può far alzare anche di molto la valutazione di partenza (in teoria anche una C, se la prova orale risultasse veramente brillante, potrebbe trasformarsi in 30); viceversa... avere ottenuto A o B allo scritto non garantisce necessariamente il superamento dell'esame!

- l'elaborato scritto verrà analizzato insieme al docente durante la prova orale (i primi minuti dell'esame consistono proprio in una revisione e breve discussione della prova scritta). Non è pertanto possibile prevedere (siete oggettivamente troppi!) la revisione in un'altra sede.

- ci sono poi delle domande su alcuni argomenti del programma alle quali, purtroppo, non posso rispondere sul blog. Soprattutto per motivi di tempo, ma anche perché, con un piccolo sforzo, potrete trovare le risposte nei libri di testo (già aver individuato la domanda giusta può costituire un buon punto di partenza). Laddove dovessero persistere grosse difficoltà... siete invitati a ripropormi le domande... proverò a rispondere.

giovedì 17 maggio 2007

lezione XVI-XVII

Le ultime lezioni sono state dedicate all'analisi dei capitoli riguardanti la memoria e la morte.
Per quanto concerne il primo punto, una particolare attenzione è stata dedicata ai seguenti aspetti:
- L'approccio sociologico allo studio della memoria;
- definizione di memoria collettiva e memoria storica
- rapporti tra memoria e oblio
- il mito e la memoria collettiva
- la memoria e i media
- memoria, comunicazione e presentificazione
- la memoria e la narrazione

La morte è stata analizzata innanzitutto come indicatore per la comprensione e la spiegazione del comportamento collettivo. Da un punto di vista sociologico la morte si presenta infatti come una cartina di tornasole per comprendere il funzionamento delle istituzioni e i meccanismi che ne consentono la legittimazione.
Oltre a ricordare la centralità dello studio della morte nel lavoro dei grandi autori classici della sociologia, sono state in seguito descritte alcune delle fasi principali che hanno caratterizzato la "storia della morte in Occidente". In particolare si è fatto riferimento a dei casi idealtipici di "morte tradizionale" e "morte moderna", accennando ad alcuni degli esempi approfonditi nel testo d'esame (esempi tratti da lavori letterari di Georges Duby e Lev Tolstoj).
Nel corso della prossima lezione di martedì 22 maggio, prima di cominciare ad introdurre gli argomenti trattati nel volume di Wunenburger (L'uomo nell'era della televisione), verrà presentata una sintesi e una conclusione delle tematiche trattate nel testo di Cavicchia Scalamonti, con particolare riferimento alle ultime tre lezioni.

venerdì 11 maggio 2007

lezione XIII-XV

Nelle ultime lezioni prima della prova intercorso (di giovedì 10 maggio) gli unici temi nuovi introdotti riguardano il III capitolo (La Memoria) del libro di Cavicchia Scalamonti.
Proverò a proporre su questo sito una sintesi degli argomenti trattati non appena avremo completato il discorso.
Intanto colgo l'occasione per scusarmi di questa prolungata assenza dal blog ... mi scuso in particolare per non aver risposto ai 3 ultimi "post" e alle tante richieste (un po' troppe, in verità) pervenutemi direttamente attraverso la posta elettronica.
Ho provato a fornire delle "risposte collettive " durante la mia ultima lezione, spero siano state sufficienti e - soprattutto - utili. Di più proprio non potevo fare!
Se non interverranno altre "cause di forza maggiore", cercherò di essere più puntuale in futuro.

venerdì 27 aprile 2007

lezione XI-XII

le lezioni del 24 e del 26 aprile sono state dedicate ad un approfondimento delle analisi del concetto di tempo in sociologia e al suo rapporto con il processo di individualizzazione.

Di seguito trascrivo una sintesi di alcuni concetti preliminari allo studio dei primi due capitoli, di cui si è discusso a lezione.

(Le pagine 80-87 per il momento non vanno studiate)

Tra i criteri più primitivi per misurare il tempo vi erano i movimenti del sole, della luna, delle stelle. Oggi noi abbiamo un'immagine precisa delle relazioni e delle regolarità di questi movimenti: i nostri predecessori invece non l'avevano. Essi facevano esperienza di una gran quantità di singoli avvenimenti, senza averne un rapporto chiaro. Se non si possiede un preciso STANDARD (ad esempio l'ora dell'orologio) per determinare temporalmente gli avvenimenti, non si può avere un concetto di tempo come il nostro. E' soltanto lo sviluppo della determinazione temporale nella vita sociale, la progressiva creazione di un "reticolo" integrato di "regolatori temporali" (orologi continui, calendari continui, scale temoprali tipo anni, secoli etc.) ciò che rende in generale possibile l'esperienza del tempo in quanto FLUSSO REGOLARE E UNIFORME.

Appare evidente dunque come il problema fondamentale riguardi LA COSTRUZIONE DI AMBIENTI UMANI sempre più INDIPENDENTI e AUTONOMI rispetto alla natura.
Da questo punto di vista vi è una autonomia relativamente crescente nelle società umane: quanto più l'enclave umana cresce in dimensione e autonomia (nel quadro di più ampi processi di urbanizzazione, commercializzazione e meccanizzazione), tanto più grande diventa la sua DIPENDENZA da strumenti creati dall'uomo con la funzione di STRUMENTI DI MISURAZIONE. E al contempo tanto minore diviene la DIPENDENZA da metri di misura temporali non umani come il movimento della luna, quello del sole, i flussi e i riflussi delle maree.

Nell'ambito di tutte lecomunità umane, almeno fino ad una certa epoca storica, la determinazione sociale del tempo non poteva che seguire un modello che, essendo strettamente dipendente dall'evolversi dei ritmi naturali, non poteva che essere circolare.
In una società agraria, ad esmepio, il tempo veniva definito innanzitutto dai ritmi naturali. Il calendario del contadino rispecchiava l'avvicendarsi dei periodi dell'anno e la successione delle stagioni agricole. Presso i Germani i mesi portavano nomi che indicavano i lavori agricoli e le altre attività svolte nelle stesse stagioni agricole. Il mese del maggese (maggio), il mese della falciatura (luglio), quello della semina (settembre), del vino (ottobre) e così via.

Ciò che è più significativo è che questi concetti esprimessero non una tendenza lineare del tempo (dal passato al futuro) ma piuttosto un suo movimento circolare.

Il fatto che il tempo venisse regolato dai cilci naturali, determinava però non solo la dipendenza dell'uomo dalla natura, MA ANCHE LA STRUTTURA SPECIFICA DELLA SUA COSCIENZA. Nella natura non c'è sviluppo o progresso, ma solo REITERAZIONE. C'è una turannia, quella del suo ritmico e regolare movimento ciclico. E tale Eterno Ritorno lo ritroviamo al centro della vita spirituale almeno fino a tutta l'antichità occidentale e, in gran parte, a tutto il Medioevo.
In tale tipo di società l'INDIVIDUALITA' viene negata, così come ogni tipo di possibile condotta innovatrice. La norma (anzì la virtù), voleva che ognuno si comportasse come tutti gli altri, n modo tradizionale. La vita dell'uomo deve essere una ripetizione continua di atti precedentemente compiuti da altri secondo un MODELLO (un archetipo) di comportamento attribuito ai primi uomini, ai Padri fondatori, agli Eroi o alle Divinità stesse. La reiterazione da parte degli uomini di atti risalenti a un prototipo divino li collega al SACRO.

Tutta l'attività degli uomini, familiare, produttiva, sociale, intima, riceve un SENSO e una SANZIONE in quanto partecipe o meno del sacro, secondi un RITUALE fissato agli inizi dei tempi.

Nella coscienza moderna domina invece un TEMPO VETTORIALE, LINEARE.
Un momento di trasformazione cruciale è dato dal passaggio dal Paganesimo a Cristianesimo nell'Europa Medioevale. L'atteggiamento arcaico verso il tempo non venne però estirpato di punto in bianco, quanto progressivamente messo in secondo piano. Ad esempio il calendario pagano che rifletteva i ritmi naturali, venne via via adattato ai bisogni della liturgia cristiana. L'anno era scandito dalle feste che contrassegnavano gli eventi della vita di Cristo, i giorni sacri. Di conseguenza il calcolo del tempo veniva compiuto contando il numero delle settimane prima e dopo Natale, e così via.

Fino al XIII-XIV secolo gli strumenti di misurazione del tempo erano una rarità. Erano usuali gli orologi solari, quelli a sabbia (clessidre) e ad acqua. I monaci si oriantavano in base al numero di pagine lette o dal numero di salmi recitati. Per la massa della popolazione il principale punto di orientamento nella giornata era il suono delle campane della Chiesa. Le giornate erano divise in una serie di frazioni, le ore canoniche; di solito erano sette, scandite dal tocco dell'orologio della chiesa. Così il corso del tempo veniva controllato dal clero.
Si distingueva la campana della mietitura, quella dello spegnimento del fuoco, quelle del pascolo nei prati. L'intera vita della nascente popolazione pre-urbana era regolata dal suono delle campane, adeguandosi così al ritmo del tempo della Chiesa.

Il predominio del tempo della Chiesa poté durare finché esso corrispose al lento, cadenzato ritmo della vita della società feudale, determinato soprattutto dalla sua natura agraria. Ma al suo interno si sviluppava un altro centro della vita feudale, che si caratterizzava per un ritmo particolare e necessitava di una più rigorosa misurazione del tempo, di un suo più accurato dispendio: LA CITTA'.

I cili produttivi degli artigiani non erano definiti dall'avvicendarsi delle stagioni. Tra un artigiano e la natura già si interponeva un ambiente artificiale da lui stesso creato. La città diventa portatrice di un nuovo atteggiamento verso il tempo. Sulle torri cittadine vengono posti gli orologi meccanici che soddisfano un'esigenza prima ignota: conoscere eil "tempo esatto" nell'arco di una giornata. Per i MERCANTI IL TEMPO E' DENARO!. L'imprenditore ha bisogno di determinare le ore in cui è attiva la sua bottega. IL TEMPO DIVENTA MISURA DEL LAVORO, diventa un valore essenziale nel processo di produzione.
La città diviene padrona del tempo, sottraendolo alla Chiesa. L'uomo al tempo stesso cessa di essere padrone di un tempo che comincia a scorrere indipendentemente dalle sue attività e da ogni evento concreto. Esso impone una sua tirannia a cui gli uomini sono costretti a sottoporsi.

Intorno al XVII secolo si verificano due altri fondamentali passaggi per la storia sociale del tempo occidentale: la dissociazione definitiva dello svolgimento temporale rispetto al tempo divino e sacro (nasce quindi la ricerca di un qualcosa che dia un senso alla sua evoluzione); il secondo consiste nella generalizzaizone del progresso sociale e tecnico.

La visione ciclica del tempo si interrompe drasticamente: l'uomo non è più rivolto all'indietro, alla ricerca nel passato di modelli da seguire, ma si comincia a volgere verso la oramai dilagante categoria di futuro, sostenuta dalla dilagante idea di progresso.

L'analisi dell'idea di progresso, unitamente al fenomeno di diffusione della razionalità e del progresso sceintifico, diventano centrali per analizzare le Filosofie della Storia.